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alcuni racconti

ApricaIl "divano delle stalle"

Le stalle, grazie al calore emanato dalle mucche, sono state per moltissimo tempo il luogo in cui si radunavano uomini, donne e bambini. In tempi in cui il riscaldamento delle abitazioni non esisteva nelle forme cui siamo abituati, in inverno la stalla era l'unico luogo caldo e accogliente delle contrade.

Per rendere meno spartano il luogo, ma soprattutto per comodo deposito in attesa del suo utilizzo, in un angolo del locale era depositato lo strame migliore ("patúsc" in dialetto aprichese). Lo strame era usato per rendere più confortevole e pulito il giaciglio sul quale si adagiavano le bestie e poi, mischiato al letame, costituiva il fertilizzante per i prati. In questo "letto" naturale, composto prevalentemente da foglie secche e muschio, ci si adagiava e si riposava, proprio come si fa sul divano di casa.

Dopo aver governato le bestie, gli adulti conversavano tra loro, i nonni raccontavano favole, aneddoti ed avventure ai nipoti, i bambini giocavano insieme, le donne rammendavano o lavoravano con l'uncinetto. Tutto questo accadeva nelle giornate autunnali quando, ultimati i lavori in campagna, le famiglie si dedicavano in prevalenza a due attività: la raccolta dello strame e della legna. Con la gerla sulle spalle ed un particolare rastrello, più piccolo di quelli abitualmente utilizzati per la fienagione, i contadini si recavano nei boschi e ammassavano le foglie cadute dagli alberi, le caricavano e le trasportavano fino alle stalle. Nella nostra zona si raccoglievano in prevalenza foglie di betulla, roverella e larice, oltre al muschio; gli aghi di pino, duri e pungenti, non erano ritenuti adatti allo scopo. Questa usanza è ormai scomparsa e solo sporadicamente qualcuno si dedica ancora a questa attività. Lo strame dei nostri boschi è stato sostituito dalla paglia di frumento.

Battitura della Segale

La battitura della segale veniva fatta generalmente sul piazzale della chiesa parrocchiale perché molto ampio e vicino ai campi, su uno spazio altrettanto grande o anche all'esterno dei fienili. Venivano stesi dei grandi teli (pelórsc), sacchi di juta tagliati e poi cuciti insieme in modo da formare un grande lenzuolo, dove venivano adagiati i covoni di segale per la battitura.

L'operazione era compiuta da gente esperta, in quanto l'attrezzo usato per la battitura, detto flèl – arnese in legno composto da un manico e da una mazza snodata lunga circa 1 m. e grossa 10 cm., ad esso collegata con una corda fatta passare attraverso opportuni fori - non era di facile maneggevolezza. Questo lavoro veniva svolto quasi sempre da uomini, che si disponevano in cerchio a gruppi di 4-5, impugnavano il flèl dalla parte più sottile e, sollevandolo sin dietro le spalle, lo battevano sui covoni di segale con colpi precisi e ritmati, provocando la separazione del grano.

Quando gli uomini si riposavano toccava alle donne e ai ragazzi. Per prima cosa toglievano la paglia, poi il grano che veniva crivellato e infine messo nei sacchi. Una volta terminata la battitura, il grano si portava al mulino, dove veniva trasformato in farina. La remunerazione del mugnaio per il suo lavoro consisteva in una parte del macinato.